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L'ordito che si sfibrò in fili frusti non potrà più respingere la torma dell'inconscio che smatassa soltanto l'orrorre dell'ignoto. Spire su spire non tangono il perpetuo spostamento, ma lo simulano percettivamente nell'illusione dilatata.
 Incartapecorito nella laida decrepitezza,  sorride malinconicamente rattrappito nei suoi stenti, un po' stordito s'appisola infagottato nei suoi paramenti e si risveglia poi allocchito, di soprassalto, nei suoi smarrimenti. Poi tenendo il dorso della mano puntellata fra mandibola e mento come un pensatore, cerca di surclassare l'incanto di un involontario spettatore.
 L'amarezza si impasta in bocca come una lingua in umido frammista al bolo, la menzogna soverchia ancora l'abbrivio e il torpore  mi rende l'oggetto estraneo di una macchina aliena che svapora altrove.
 Spiritato spirato via nella folle brezza che  gorgoglia gargouille da eco ad eco senza posa. Estenuante flagello che disossa le rovine di una cattedrale che sfasciano una presenza ormai nucleare in un inverno truce. Ricadono lente le ceneri che squamano il sole squagliato sempre più nella fuliggine.
 Oggi il vuoto si frappone fra i pensieri, quasi un deliquio sospeso in un abissale abbandono. Tutte le epoche passate sono ormai vitali nel loro presente impossibile, asfittico nell'archeologia dell'assenza che palpita di silenzio.